Postiamo i primi due capitoli del nuovo libro di Piervalle ambientato in un immaginario Grand Hotel affacciato sulle rive di una cittadina turistica di un lago come il nostro. Tutto frutto di immaginazione. Chi poi vorrà proseguire la lettura dovrà aspettare la prossima pubblicazione e diffusione.
Grand
Hotel
Un
libro di Di Piervalle
Se
vogliamo combattere efficacemente la mafia,
non
dobbiamo trasformarla in un mostro
né
pensare che sia una piovra o un cancro.
Dobbiamo
riconoscere che ci rassomiglia.
Giovanni
Falcone
Questo
romanzo è opera di fantasia. I nomi, i personaggi, i luoghi e gli
eventi in esso descritti sono frutto di immaginazione. Qualsiasi
somiglianza con fatti, località reali o con persone esistenti o
esistite è puramente casuale.
Personaggi
principali:
Leandro:
il capo delle famiglie
Marziano:
suo figlio
Corinne:
la fidanzata di Marziano
Vincenzo:
un rivale di Marziano
Livio:
l’amministratore delegato
Floriana:
la moglie di Livio
Italo:
il primo fratello di Livio
Ilario:
il secondo fratello di Livio
Arianna:
la moglie di Italo
Anna
Rita: la moglie di Ilario
Massimo
Filippi: il direttore
Colombo:
il primo portiere
Matteo
Camussi: il vice portiere
Rosso:
il Capo chef
Combo:
il medico di fiducia
Lavia:
il medico legale
Rolli:
l'impresario funebre
Loy:
il Luogotenente dei Carabinieri
Cantore:
il Vice Brigadiere
Rubbio:
il Procuratore Capo
Lovasio:
il Sostituto Procuratore
Angelo:
il tassista
Donata:
la guardarobiera
PROLOGO
È
un punto strategico, lo sanno bene i carabinieri, che spesso lo
presidiano anche nel cuore della notte. Da lì transita tutto il
traffico autostradale da e verso la cittadina sul lago. Controllare e
intercettare è dunque facile. D'inverno
la zona è freddissima e le pattuglie non resistono oltre un’ora,
mentre adesso la notte di settembre è mite ed è perfino piacevole
per i militari svolgere il loro lavoro.
Sono
da poco passate le due e i controlli nei confronti delle poche auto
si esauriscono nella richiesta dei documenti e nella loro verifica
attraverso il collegamento in rete. È una notte di routine: non ci
sono state segnalazioni né richieste di particolari controlli,
nessuna emergenza è in corso. Tra una mezzora il presidio sarà
tolto e il personale rientrerà per fine turno.
In
lontananza un’auto proveniente da sud imbocca la corsia d’uscita;
ha un’andatura
regolare, si avvicina a bassa velocità con gli anabbaglianti accesi
e l’autista, quando vede la pattuglia, stacca il pedale
dall’acceleratore. Solo una lieve frenata è necessaria per
fermarsi all’alt del carabiniere.
È
una Toyota station wagon bicolore. Non ha segni distintivi
particolari, ma quando si ferma accanto al capo pattuglia, tra
quest’ultimo e l’autista c’è uno scambio amichevole di saluti.
Il conducente è Angelo, un taxista conosciuto da tutti i militari
impegnati nel servizio.
All’accenno
di mettere mani alla patente e ai documenti, il capo pattuglia è
rapido nel fermarlo con un
gesto della mano, cui fa seguito la domanda, quasi per scherzo, da
dove mai arrivi a quell’ora.
«Lasci
stare, comandante, essere a servizio dei grandi alberghi è più un
fastidio che un guadagno. Bisogna essere disponibili a ogni ora,
giorno o notte, senza alcun preavviso, e se sgarri te la fanno pagare
e ti lasciano a secco, magari per un mese intero. Stasera non avrei
mai voluto che mi cercassero e invece, passate le undici, la
chiamata: 'C’è un servizio urgente, bisogna ritirare un pacco in
aeroporto per un cliente'. Eccomi qui di ritorno. Quel cliente non
poteva aspettare fino a domani mattina? Pare di no. Più sono ospiti
dei grandi alberghi e più sono stravaganti».
«Stravaganti
certamente e magari anche un po’ eccentrici… Dov’è ‘sto
pacco?»
Il
comandante ha fatto la domanda più per dare seguito alle parole di
Angelo che per interesse.
Angelo
fa un gesto con il capo verso il retro della vettura: «È lì, sul
sedile; sarà un cinquanta per trenta, c’è scritto 'fragile, alto,
maneggiare con cura' figuriamoci».
Il
carabiniere butta l’occhio sul pacco; in apparenza è ben
confezionato, della dimensione indicata dal tassista ed
effettivamente vi sta scritto in bella evidenza: fragile,
tall, handle with care…
«Hai
idea di cosa c'è dentro?»
«No,
comandante, non me lo chieda, è un collo da un volo internazionale,
non pesa molto, anzi quasi niente, ma lo sa che noi queste domande,
per fortuna, non le facciamo mai: trasportiamo, consegniamo e tutto
finisce lì».
«Sì,
stravaganti ed eccentrici e anche un po’ troppo rompi questi
clienti, ti capisco. A proposito, c’è movimento nel Grand Hotel in
questi giorni?»
«Ho
l’impressione di sì, ma è domani che sono previsti molti arrivi».
Al che il comandante gli dà il via libera, sentendosi, data l’ora,
un po’ in colpa per averlo trattenuto perfino troppo: «Allora vai,
prima che questa notte ti chiamino un’altra volta».
L’auto
riparte e si allontana a bassa velocità, così come era arrivata,
senza fretta.
VENERDI' 15 SETTEMBRE
Primo pomeriggio
Gli
arrivi iniziano dal primo pomeriggio: automobili di grossa cilindrata
e di alta gamma varcano il cancello principale del Grand Hotel
dirette all’autorimessa sotterranea. Un cartello indica la
direzione e la scritta “riservato” vieta l'entrata ai veicoli non
autorizzati. Un addetto al ricevimento impedisce che automobili
estranee possano entrare.
Sono
arrivi discreti: inizialmente, non più di tre o quattro auto
nell’arco di una mezz’ora, ma poi la frequenza aumenta. Alla fine
del pomeriggio saranno una ventina. Tutti i passeggeri, una volta
usciti dalle loro auto, imboccano il passaggio che, dopo un lungo
corridoio, dà accesso a un ascensore che sale ai piani superiori,
quelli prenotati per la convention: gli ultimi due. È una regia
attenta, sperimentata, quasi un copione già visto, dove gli attori
sembrano conoscere la parte loro assegnata.
Poco
dopo le tre una Jaguar bianca fa il suo ingresso nel parco. Il suo
arrivo è stato anticipato da una certa animazione: l’addetto è
stato visto conversare al cellulare e verosimilmente ha ricevuto
istruzioni. Ha abbandonato la rilassatezza fino a quel momento
evidente e ha assunto un contegno più distinto e attento. Non
diversamente, anche nel sotterraneo si registra movimento. Poco prima
il direttore dell'albergo, accompagnato da due collaboratori e
insieme a uno dei proprietari, sono arrivati a passo veloce
attraversando lo stesso corridoio e all’uscita si sono scambiati
qualche parola. Sembrano contagiati da una vaga tensione, sempre
attenti a rivolgere lo sguardo verso l’ingresso carraio. Sono
passati quattro o cinque minuti e il direttore mette mano al
cellulare. La chiamata è breve: non più di dieci secondi. Con un
cenno avverte che l’attesa sta per terminare. Si muovono tutti
insieme verso il primo stallo libero del parcheggio. Sembrano
nuovamente presi da apprensione mentre la Jaguar bianca scivola già
lungo la rampa e pochi secondi dopo si ferma accanto a loro.
L’autista scende e va alla portiera posteriore, da dove l’ingegner
Leandro esce lentamente.
Ha
un corpo massiccio, non è alto ma imponente, indossa un elegante
abito di fresco lana color carta da zucchero e un vezzoso fazzoletto
bianco gli spunta appena dal taschino. La proprietà, la direzione e
i collaboratori della direzione gli sono di fronte. L’Ingegnere
apre le dita della destra alzandola in un saluto che accompagna con
un lieve cenno del capo: «Vedo che
questa volta non sono il primo…»
quasi si compiace osservando le auto già parcheggiate, mentre
stringe le mani, lo si direbbe ossequioso con quell’appena
accennato flettersi del busto quando le mani si allungano verso di
lui nei saluti.
Sono
poche parole che si scambiano, ma l’incontro con il proprietario
non è certamente il primo, pare piuttosto un rivedersi dopo
un’assenza.
Ora
tutti si avviano con una certa decisione verso il corridoio mentre
tra l’Ingegnere e la proprietà continua il dialogo. Il direttore
li segue un mezzo passo indietro e di lato, come fosse pronto a
rispondere a ogni eventuale richiesta. Gli altri, i collaboratori,
stanno più distanziati, non è educato ascoltare.
È
nell’ascensore che il gruppo si ricompone. In quello spazio
ristretto l’Ingegnere sembra voler rompere la riservatezza che
finora ha condiviso con la proprietà. Non mancano un paio di battute
indirizzate al direttore e ai collaboratori, «costretti agli
straordinari», così dice. Ma la porta già si apre sull’ampio
atrio dell'ultimo piano del Grand Hotel.
Ancora
uno scambio di battute tra l’Ingegnere e la proprietà; il
direttore accanto a loro sembra confermare, garantire con ripetuti
assensi e le mani tornano a stringersi per un saluto. Ora sono i
collaboratori che, molto professionali, fanno un passo avanti,
prendono in consegna Leandro e lo accompagnano, mentre la porta
dell’ascensore si richiude e gli altri escono di scena.
L’arrivo
dell’Ingegnere non ha interrotto il sopraggiungere delle auto. Sono
tutte di gamma premium, tirate a lucido e con i vetri oscurati. Gli
addetti al ricevimento, di volta in volta, prendono in consegna i
nuovi arrivati e li accompagnano alla porta dell’ascensore
trascinando i loro trolley. A differenza di quelli del primo
pomeriggio, i successivi arrivi sono persone di età più giovane:
quarantenni, in qualche caso anche trentenni, tutti sempre molto ben
vestiti, perfino distinti. Qualcuno è solo, ma in più casi sono
accompagnati da giovani donne belle ed eleganti.
*
C’è
animazione agli ultimi piani. Gli arrivi hanno pressoché esaurito la
ricettività disponibile. Le grandi famiglie del nord sono tutte
presenti, hanno risposto all’“invito” diramato dall’Ingegnere
e non si registrano assenze. Il motivo della convocazione non è
affatto di routine; c’é all’ordine del giorno la discussione
sulla successione al vertice. Non è materia di ordinaria
amministrazione: tutt’altro. Leandro vuole lasciare, non tanto per
raggiunti limiti di età, quanto perché al momento è ancora in
grado di decidere o almeno di influire, in maniera che crede
determinante, sulle decisioni alla sua successione.
Non
è soltanto in gioco la successione personale; con la sua sono in
gioco anche le cariche inferiori, tutta la struttura
dell’organizzazione. E' una vera rivoluzione, un cambio radicale:
una generazione deve lasciare il campo a quella nuova dei trentenni e
dei quarantenni.
Sono
perciò riuniti gli stati generali e le decisioni che usciranno dalla
due giorni forse non sono ancora completamente scontate.
L’Ingegnere
è consapevole che ci sono alcuni margini d'incertezza; sa che
saranno due giorni tesi, impegnati in discussioni, in tentativi di
accordi nella ricerca di alleanze, forse anche giornate di scontri,
certamente di divisioni, ma deve fare ogni cosa possibile perché la
sua famiglia rimanga al vertice, ne va del prestigio e dell’onore e
questo per lui è più di tutto.
Il
pomeriggio trascorre in incontri ristretti tra i capi delle famiglie.
Nella suite dell’Ingegnere il passaggio di molti convenuti al
meeting è stato intenso: discussioni serrate, dialoghi prolungatisi
oltre il prevedibile. A tratti si sono sentite alzare le voci;
sarebbe sbagliato parlare di litigi, ma discussioni sì e anche
forti. In
genere gli incontri si esauriscono a quattrocchi; il capo di una
famiglia ha accesso alla suite e qui si intrattiene per un quindici
minuti, a volte poco di più, a volte un po’ meno, raramente più
a lungo.
Leandro
ascolta, lascia parlare; non interrompe mai, vuole che i suoi
interlocutori abbiano modo di esprimere apertamente e liberamente
tutto quanto vogliono dire.
Non
annota nulla, ma non gli sfugge niente. Quando gli sembra che
l’interlocutore abbia detto tutto, con calma, quasi a voler
mostrare di ragionare su quanto ha appena ascoltato, riprende il filo
del discorso dal medesimo punto dove è stato lasciato. Una sorta di
ragionamento a ritroso, un ripercorrere alla rovescia tutto quanto,
rimarcando una cosa, precisandone un'altra, confutando un punto,
confermandone un altro.
Leandro
non alza quasi mai la voce; sottolinea, questo sì, anche con
decisione, certe parole, si ferma, sembra voglia cogliere un consenso
prima di proseguire; in realtà ben altro è l’intento, una specie
di avviso, un monito rafforzato da uno sguardo fermo che si fissa
negli occhi di chi è davanti a lui.
E’
certo di avere la capacità di convinzione e questa certezza non è
infondata. Sono pochi quelli che alla fine escono dagli incontri non
persuasi che l’Ingegnere non abbia ragione.
Dunque
in quel pomeriggio, nonostante l’importanza delle decisioni da
prendere e la durezza di alcuni confronti, nessuno mette seriamente
in forse l’autorevolezza dell’Ingegnere, nessuno osa contrastarlo
apertamente. Tuttavia la discussione sul futuro è ancora aperta, non
è scontata e di questo Leandro è consapevole.
La
successione al vertice, che lui vorrebbe seguisse la normale "via
dinastica”, non è garantita in assoluto, c’è ancora un margine
che le ore precedenti le decisioni devono far definitivamente cadere.
Ma vi è un pregiudizio; un argomento che, se non emerge apertamente,
tuttavia è nell’aria. Nessuno al suo cospetto lo mette in
discussione, ma aleggia come un motivo da molti o dai più
conosciuto, ma da tutti tenuto riservato.
La
suite dell’Ingegnere è il luogo al centro delle discussioni, ma
non diversamente in altre stanze del piano si svolgono incontri e
trattative.
Se
i vecchi sono impegnati in incontri, la generazione dei trenta e
quarantenni consuma il suo tempo dentro il piano che é stato loro
riservato, fisicamente
separato da quella dei capi dell’organizzazione, quasi a voler
sottolineare non solo una divisione generazionale ma anche
gerarchica che per qualche ora continuerà a esistere, ma che dopo
dovrebbe ribaltarsi a favore delle nuove generazioni.
*
Marziano
non è tranquillo.
Poco dopo il suo arrivo ha incontrato suo padre. Non è stato un
incontro di routine: c’era nervosismo. I rapporti tra i due non
sono mai stati dei più facili.
L’autorità
dell’Ingegnere ha pesato, da sempre, sulla formazione del figlio.
Marziano aveva cercato più volte di liberarsi da quell'oppressione.
Aveva voluto fare di testa sua: dapprima per un giovanile desiderio
di ribellione, più avanti nel tempo tentando una strada autonoma. Ma
ogni volta aveva trovato un padre che, più che esercitare il ruolo
paterno, faceva pesare su di lui l’autorità di un capo.
Alla
fine, dopo anni di tentativi falliti di emanciparsi, tra i due era
stato siglato un armistizio, non proprio una pacificazione, ma da
allora un certo equilibrio aveva segnato i loro rapporti e, bene o
male, aveva retto.
Il
patto era chiaro. Leandro lo aveva ripetuto più volte: avrebbe fatto
tutto per assicurare che la successione rimanesse nelle mani della
famiglia, ma la sua autorità non doveva più essere messa in
discussione. Quella paterna e quella gerarchica erano inscindibili.
Diversamente, il patto sarebbe saltato e con esso la successione.
Marziano
aveva accettato. Così almeno sembrava. Da quel momento aveva
condotto una vita apparentemente governata dal padre e un po’ alla
volta era stato introdotto ai segreti dell’organizzazione. Aveva
scoperto le verità su fatti importanti, i modi, i rituali, le
pratiche, le relazioni. Nessun aspetto era stato tralasciato. Alla
fine, pochi o nessuno, oltre naturalmente a Leandro, conoscevano ciò
che sapeva Marziano. Non c’era mistero che non fosse passato al
figlio e Leandro aveva ritenuto la formazione completata e il momento
della transizione pronto.
Ora
il giorno è arrivato, forse più presto di quanto entrambi si
aspettassero. Il figlio però vive un’incertezza nascosta. Sempre
abilmente occultata, ma che rende le giornate cariche di tensione.
«Marziano,
non ti posso garantire che sia fatta. Lo sai bene: alcune famiglie
non sono ancora convinte. Io farò di tutto perché domani la
promessa che ho stretto con te abbia la sua conferma definitiva.
Quando dico tutto, sai cosa intendo. Non ho mai tradito un patto;
figuriamoci ora, dove è in gioco il potere della nostra famiglia.
Così come io non tradisco, tu non mi devi tradire».
Leandro
fissa gli occhi del figlio. Per la prima volta, trapela un’emozione:
paura di abbandonare la guida dell’organizzazione? insicurezza
sulla successione? o timore che Marziano non mantenga fede al patto?
Probabilmente tutti questi motivi insieme suscitano in lui un
sentimento che raramente ha sperimentato.
È
seduto in un’ampia poltrona dietro il lungo tavolo che lo separa
dagli interlocutori. La giacca color carta da zucchero indossata al
momento dell’arrivo è appesa allo schienale, ma la camicia bianca
sembra imprigionarlo nella mole massiccia del fisico. Per un attimo
appare vulnerabile, come se quel momento di debolezza fosse inatteso.
Marziano
lo fronteggia dall’altro lato del tavolo, seduto in maniera
informale. La poltroncina leggermente spostata di traverso, le gambe
divaricate, la schiena reclinata con il capo trascinato indietro.
Sembra voler evitare il confronto diretto, sfuggire allo sguardo
paterno: un misto di sicurezza apparente e malcelata incertezza.
L’Ingegnere
non aggiunge altro. Aspetta una risposta, una rassicurazione e
Marziano lo fa attendere.
«Sì,
pa», pronuncia due sillabe, poi si alza, si avvicina alla porta
finestra e guarda il giardino, poi l’ampio specchio del lago
illuminato dai raggi del sole al tramonto.
Per un attimo sembra attratto dallo
spettacolo. Ma subito si volta verso suo padre, ancora in attesa.
«Sì,
pa… certo, pa», poche sillabe. Il "pa" ripetuto suona
più come fastidio che una rassicurazione, un modo per allontanare da
sé la responsabilità.
Leandro
coglie l’atteggiamento elusivo. Vorrebbe sentirsi dire qualcosa di
più; prima di affrontare l'assemblea serve certezza e l’erede
designato deve mostrare risolutezza e determinazione.
Marziano
torna sulla poltroncina vicino al tavolo. La schiena diritta, lo
sguardo finalmente diretto verso Leandro. Decifrarlo non è facile: è
una sicurezza reale o solo apparente?
Pronuncia
ancora: «Sì, pa». Ma il tono è cambiato. È deciso, quasi
definitivo. Chiude la discussione prima che si apra, perché ora
tutto sembra chiaro e sicuro.
«Se
tu mi garantisci… se mi assicuri che domani, sia io o tu, non farà
differenza, ma le famiglie dovranno percepire che la continuità è
garantita. Ripeto: che sia Leandro o Marziano, nulla cambia. Nulla
deve cambiare. In queste ore finali mi batterò come mai prima, per
assicurare alla nostra famiglia la continuità nella guida
dell’organizzazione. E ci riuscirò… se tu mi garantisci…»
Leandro
si sporge e stringe fortemente il polso sinistro di Marziano come a
riconfermare il patto. Marziano
posa l’altra mano su quella del padre, con pari forza e il patto
trova conferma.
Le
strette si allentano quasi per intesa. Marziano, senza fretta, si
alza, serrando i denti, lo sguardo fisso su Leandro. Dopo un’ultima
stretta si allontana in silenzio.